QGL102-Storie Legnanesi

 
 
Storie Legnanesi
 
 
Indice dei contenuti
Contents
1 cotonificio cantoni
2 gli affreschi dell’antico ospizio di sant’erasmo
3 Chiesa di San Bernardino
4 Soppressione della tranvia Milano-Gallarate
5 Antonio Luraghi, artista eclettico
6 aggiornamenti del lombardo-veneto:
7 Le strade della città
8 Non è facile orientarsi a Legnano.
9 Franco Tosi commemorazione 2015: l'intervento dell'Anpi
10 Legnanello conferenza
11 Le origini di Busto Arsizio e fatti in comune con le località adiacenti
 
 
 

1 cotonificio cantoni

Cotonificio Cantoni
 
fatto mp3
 
Quella che fu una grande industria cittadina
Uno straniero che, percorrendo oggi il Sempione,volesse farsi un’idea delle cittadine attraversate daII’importante arteria, fnirebbe per averne un ’immagine poco distinta: gli sembrerebbero molto simili a loro nell'urbanistica e negli edifici. Invece noi che le abitiamo, vediamo bene le particolarità che le caratterizzano e le distinguono.
Legnano, ad esempio, ha un fiume che ne attraversa il centro, un fiume che, per gran parte del XX secolo, é rimasto imprigionato dentro le fabbriche sorte sulle sue rive.
Ora le sue acque, seppure chiuse per lungo tratto tra sponde di cemento, danno respiro alla città. E'  piacevole guardarle scorrere dai nuovi ponti e vedere che le anatre sono tornate a nuotare la dove prima correvano schiume lutulente, galleggianti su acque alterate da colori innaturali ed emananti lezzi asfissianti.
 
Ci sono progetti che prevedono di recuperare le sponde dell'Olona per quasi tutto il suo corso e già  ora é possibile compiere piacevoli passeggiate su alcuni percorsi recentemente sistemati.
I nostri nipoti perciò conosceranno un fiume e una città profondamente diversi da quelli in cui hanno vissuto i loro padri e i loro nonni.
Ma non potranno contribuire al loro futuro, se non ne conosceranno anche il passato, l’assiduo lavoro, l’impegno, la lungimiranza delle generazioni che hanno trasformato in meno di due secoli un villaggio agricolo in una fiorente realtà industriale.
Per loro soprattutto abbiamo deciso di pubblicare quest’articolo sulla grande fabbrica che racchiudeva tra i suoi capannoni un ampio tratto dell dell'Olona e al cui posto sorge ora un centro commerciale e una zona residenziale che anch'essi certo frequentano.
Casi come frequentano le palestre e il teatro del “B.FIT” probabilmente senza sapere che le vecchie strutture nacquero come dopolavoro per i dipendenti della Cantoni accanto ad abitazioni edificate per loro.
Il paternalismo dell’epoca, ora variamente valutato, ha, infatti, prodotto in Legnano molti edifici destinati ad attività assistenziali o sociali, in una prospettiva che ora viene denominata di “sussidarietà” all ’intervento statale.
Molti di questi edifici, a loro tempo evidentemente progettati e realizzati in modo accurato, svolgono ancora le funzioni per cui furono pensati ed arricchiscono l’ambiente urbano con architetture dignitose, quando non addirittura eleganti, testimoni, oltretutto, del gusto di un ’epoca.
L’articolo che qui riproduciamo é volutamente “datato"  Ha più di mezzo secolo; il suo autore ha dedicato tutta la vita a mantenere viva la memoria dell’azienda Cantoni.
Nuccia Razzini
 
 
Riportiamo I’articolo di Franco Castagna, pubblicato sul n° 1 del periodico “Legnano” edito dal Comune nel 1960.
 
Non può mancare su questa pubblicazione dedicata a Legnano un breve cenno storico e descrittivo sulla ditta Cotonificio Cantoni da cui il locale stabilimento, da oltre cento anni, occupa un posto di primo piano tra le industrie cittadine.
Fondata nei primi decenni del|‘Ottocento dal Barone Costanzo Cantoni, la ditta ne portò il nome fino al 1872, anno nel quale il figlio Barone Eugenio la trasformò in Società Anonima con sede in Milano.
Fu quest’ultimo un uomo di vivo e multiforme ingegno, un dinamico pioniere della industrializzazione nazionale: introdusse in ltalia la fabbricazione dei ricami a macchina fondando la ditta “Raiser” e quella dei filati cucirini, creando la societa “Scheller & C.". lnoltre fondò il “Cotonificio Veneziano" con l’intento di dare avvio all|‘esportazione delle nostre cotonate e, col suo collaboratore Pietro Taschini, promosse la creazione della ditta “Sacconaghi" per la fabbricazione dei velluti, creò la ditta “Bonicalzi" di Gallarate per Ia fabbricazione dei pettini e dei licci, le “Officine Cantoni Krumm” per la fabbricazione dei telai e, associato con l‘ing. Franco Tosi,
promosse la fondazione delle officine meccaniche “Franco Tosi”, tuttora orgoglio cittadino nel settore metalmeccanico.
Un’altra iniziativa di quella viva personalità fu l’acquisto di una piccola stamperia a  mano di tessuti fondata nel 1873 alla “Maddalena” con la immediata successiva  trasformazione di essa in una stamperia  meccanica a cilindri che, poi ingranditasi, divenne societa autonoma col nome prima di “Stamperia Frua Banfi” e con quello poi di “De Angeli Frua".
Nel 1872, all’atto della trasformazione in società anonima, il Cotonificio Cantoni veniva dotato di un capitale di L. 5.750.000 in azioni da L. 250 nominali e rappresentava in quel periodo la prima grande realizzazione industrialeitaliana nel ramo dei tessili.
Nel 1879 il Barone Eugenio Cantoni chiamo presso di sé nell’azienda, come collaboratore, il signor Pietro Soldini al quale affidò la direzione degli stabilimenti nominandolo consigliere delegato della società, carica che tenne per cinquant’anni.
Alla sua intelligente azione si deve lo sviluppo che la ditta andò man mano realizzando e, soprattutto, la sua grande penetrazione commerciale sui mercati stranieri, cosi che dopo il 1894 si raggiunse nell‘esportazione il 60% della produzione.
La tradizione dei capi di grande valore continuo con l’ing. Carlo Jucker, da poco scomparso e largamente compianto, che entrò nella Società Anonima Cantoni nel 1900 e che, con la sua infaticabile operosità e la perizia tecnica, creò all’azienda basi saldissime potenziando le attrezzature, gli impianti e le proprietà.
Le sue costanti preoccupazioni furono quelle di mantenere la ditta all’avanguardia del progresso tecnico, adottando sempre i più moderni criteri per una migliore produzione e di comprendere i suoi dipendenti nell’ambito dei loro bisogni e delle loro giustificate  aspirazioni.
ll Capitale della Societa Anonima Cantoni passava intanto dai sette milioni del 1903, attraverso numerosi aumenti, ai venti milioni del 1921, ai cento milioni del,1941 ed ai 4.800.000.000 attuali, segnando le varie tappe dell’ascesa e del progresso della ditta che, frattanto, andava ampliando la gamma dei suoi prodotti.
Attualmente negli stabilimenti Cantoni (1960) siti a Legnano, Castellanza, Canegrate, Bellano (CO) e Cordenons (Udine) si svolge il ciclo completo di lavorazione del cotone, dalle balle di fiocchi vegetali ai tessuti finiti e alle confezioni. Si producono filati cucirini, per reti da pesca, per aguglieria, per maglieria, popelines, velluti (con una larghissima esportazione), tessuti fantasia, lenzuola, rasati per arredamento, flanelle e molti altri rinomati articoli.
l telai installati sono oltre 3.700, tutti automatici, suddivisi nelle tessiture di Canegrate, Castellanza e Legnano. I fusi di filatura installati a Bellano, Castellanza e Cordenons sono complessivamente oltre 210.000.
Tutti gli stabilimenti occupano una superficie di mq. 376.000; dei quali ben 136.500 coperti, senza naturalmente comprendere i fabbricati a più piani, ed impiegano circa 7.000 dipendenti. Le centrali idroelettriche di Cordenons e  Bellano, annesse agli stabilimenti, producono in media annualmente  13.000.000 di Kwh.
L’attivita dell’azienda ebbe un continuo crescendo, salvo soltanto una contrazione durante gli anni della seconda  guerra mondiale dovuta soprattutto alla  mancanza di materie prime. La fine del 1 conflitto trovava però subito la ditta pronta a riprendere un‘intensa produzione dato che, fortunatamente, la potenzialità dei suoi impianti non aveva subito danni per cause belliche.
La Cantoni, tradizionalmente esportatrice, poteva gia nel 1946 riallacciare proficuamente i contatti con la sua antica clientela estera e poteva, inoltre, prontamente porre in atto, attraverso la sua efficiente organizzazione commerciale, ogni accorgimento per conquistare nuovi mercati.
In questa sua azione dovette affrontare difficoltà di ogni genere dato il crescente sviluppo delle industrie tessili in Paesi precedentemente tributari all’estero e l’accresciuta concorrenza di altri Stati industriali. Nonostante ciò la S.p.A. Cotonificio Cantoni riuscì a mantenere le posizioni grazie all‘alta qualità dei suoi prodotti, cosicché oggi l’ammontare delle vendite (1960) all’estero rappresenta una notevole aliquota dell'esportazione complessiva cotoniera italiana.
La società nonostante I’accresciuta meccanizzazione dei suoi impianti é riuscita ad evitare di ricorrere, fino ad ora, ad aIleggerimenti della manodopera, dando prova, oltre che di evidente capacità organizzativa, anche di alta sensibilita sociale.
Ultimamente la gamma delle sue produzioni é stata integrata, con ponderata gradualità, mediante la fabbricazione di tessuti e velluti stampati, con la lavorazione di fibre poliamidiche e delle relative confezioni ed infine con la fabbricazione di “tessuti non tessuti" (cio non fabbricati con telai), tutto ciò con aziende consociate.
Dopo aver tratteggiato a grandi linee la storia e l’attuale consistenza dell’azienda nel suo complesso, vorremmo ora solfermarci a descrivere qualcosa di più degli stabilimenti di Legnano.
Nel lontano 1860, insieme alle filature dell‘Amman, dei Krumm e  dei Pigni, si andava affermando in Legnano l'azienda di  Costanzo Cantoni che, oltre alla iniziale filatura, comprendeva già anche la tessitura, la tintoria filati e tessuti con appretto e annessi “studio” e locali per falegnami e meccanici, addetti questi ultimi alla manutenzione degli impianti.
I fabbricati e gli annessi terreni erano siti tra il doppio letto dei fiume Olona e l’Olonella nei pressi deil’attuale via Eugenio Cantoni, che allora chiamavasi per un tratto Strada Comunale di Legnano e per i’altro Vicolo Pomponio. In quegli anni la zona circostante era quasi completamente coltivata a prato ed era netta Ia separazione dei due nuclei abitati di Legnano e Legnanello il primo esteso all’incirca lungo l'asse principale degli attuali Corsi Garibaldi (allora Contrada di S. Domenico e Contrada maggiore e Magenta (allora Contrada della Pesa), il secondo a cavallo della Via Provinciale dei Sempione.
Nel bilancio al 30 giugno1860 della ditta Costanzo Cantoni di Legnano sotto la voce “Beni stabili” risultava la somma di Lire 139.754,37 e quando nei 1872 la ditta si trasformò in Società Anonima, lo stabilimento cittadino, che allora era distinto dagli altri come “Casa di Legnano” (e comprendente anche un magazzino a Legnanello), disponeva di una consistenza immobiliare valutata nei bilancio dei 30 giugno di que|i‘anno, in Lire 304.190,84.
lntorno ai primi del secolo, l‘Azienda Iegnanese disponeva già di una tessitura, di una tagliatura velluti, di una tintoria, di un reparto garze, di un reparto filati, il tutto riunito a|l’incirca sulI’attua|e area.
In questo cinquantennio i fabbricati che ospitavano le varie sezioni vennero in gran parte rifatti e ampliati per adattarli alle esigenze industriali che andavano continuamente crescendo.
Di quel tempo però restano tuttora gli splendidi alberi che adornano con l’imponente massa delle loro chiome l’ingresso degli stabilimenti, si da dare al dipendente e al visitatore il godimento di un ambiente nei quale la Natura non è stata avulsa ma invece, difesa amorosamente e valorizzata.
ll fiume Olona e l’Olonella vennero incanalati e coperti accomunando la soluzione di una esigenza industriale con un notevole miglioramento cittadino.
La Nazionale del Sempione venne allargata e rettificata, un intierovecchio quartiere lungo di essa, compreso tra la via Cantoni e il vicolo Corio venne demolito per dar luogo a nuovi fabbricati industriali. In tale quartiere, circondato da aitre case e lungo il vicolo Scaricatore, vi era uno storico maniero che risaliva al 1422 e il Cotonificio Cantoni provvide, d‘intesa con la Sopraintendenza ai monumenti, a recuperare le colonne, i capitelli, gli interi solai con soffitti lignei a cassettone e tutto quanto si ritenne di interesse artistico e archeologico e ad appoggiare economicamente i’Amministrazione Comunale che ne curò Ia ricostruzione altrove su proprio terreno nel 1927/28. Tutto il materiale recuperato fu impiegato nei rifacimento, che venne eseguito con Ia più rigorosa fedeltà all’antico, e Ia città di Legnano destinò il nuovo edificio a i Museo civico.
Gli stabilimenti Cantoni nella nostra città sono attuaimente sette e cioè: tessitura (Legnano centro, via B. Melzi e Olmina, quest’ultimo recentissimo), uno di finitura velluti, uno per la tintoria e finissaggio tessuti, uno per Ia tintoria e confezione filati e uno per ie confezioni.
Le tessiture comprendono circa 2.150 telai automatici di diverse altezze, particolarmente attrezzati per la fabbricazione di velluti, popelines e quadrettati.
Lo stabilimento di finitura velluti occupa grandi fabbricati con moderni impianti e la sua produzione é quanto di meglio oggi si possa realizzare in questo campo, tanto che una grossa aliquota di essa viene esportata ovunque e soprattutto negli Stati Uniti d'America.
La tintoria e finissaggio tessuti comprende ii candeggio, la tintoria vera e propria, Ie calandre, le mercerizzatrici, la polimerizzatrice, le Sanfor, un reparto per la garzatura dal quale escono le flanelle e tessuti similari.
La tintoria filati comprende ii candeggio e la tintoria di filati in matasse e in rocche. La sezione confezione produce camicie, impermeabili, lenzuola, federe, ecc., fornendo in gran copia le Amministrazioni civili e militari italiane e straniere.
il fabbisogno di vapore e fornito da due caidaie tipo Tosi-Steinmuiler funzionanti a metano e a nafta, con una produzione di oltre 25 tonn/ora di vapore ciascuna e alle quali si affianca un aitro impianto complementare. Nella centrale termo-eiettrica sono installati tre gruppi di turbo-alternatori, due con potenza di 4.400 Kva ciascuno e uno di 3.500 Kva. Nel vasto quadro poi della attività aziendale svolta fino ad oggi dalla ditta Cantoni, particolare importanza riveste |’insieme deile iniziative nei campo assistenziale realizzate a favore dei propri dipendenti e a favore della cittadinanza tutta.
Tra queste annoveriamo in primo luogo i numerosi quartieri residenziali costruiti dopo ia Prima Guerra Mondiale che, a Legnano, danno alloggio a quasi quattrocento famiglie con un totale di circa mille locali, con vaste superfici destinate a orti e giardini a disposizione degli inquilini.
Nell’ambito di questo settore sono da segnalare le casette costruite presso la Piazza Monte Grappa e cedute in proprieta agli inquilini con particolare favorevole atto di riscatto.
il successo di questa iniziativa é stato tale che certamente sarà continuata nel prossimo futuro tanto più che non mancano numerose richieste in tal senso, avanzate gia all'indo0mani della consegna dei primi lotti da parte di numerosi dipendenti.
Oltre poi alle abitazioni costruite direttamente, sono da considerarsi quelle realizzate nel quadro dei piani lNA-CASA su terreni ceduti dalla ditta e con capitali anticipati per due terzi dalla stessa, che ammontano, peril primo e secondo settennio, a 74 appartamenti. Presso gli stabilimenti di Legnano sono state istituite inoltre da moltissimi anni le scuole elementari autorizzate per i figli dei dipendenti che attualmente accolgono oltre 130 alunni, ai quali vengono distribuiti gratuitamente libri ed altro materiale didattico occorrente.
Ad esse, in questi ultimi anni, si sono affiancati alcuni corsi di perfezionamento professionale per giovani operai, che pure sono molto frequentati. ln via Galvani, in un ambiente aperto e verdeggiante, la ditta ha creato una scuola materna che ospita con gentile e preziosa assistenza i figli delle lavoratrici.
In passato ebbero luogo corsi di danza, di taglio e cucito, di ricamo, di economia domestica, che raggiunsero in taluni anni oltre ottocento presenze.
lmportanza particolare ebbero i corsi di educazione fisica, attraverso i quali si sono addestrate squadre ginniche maschili e femminili che hanno partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali ottenendo brillanti risultati e nette affermazioni.
La squadra femminile, infatti, tra altre precedenti numerose vittorie, annovera quelle delle gare nazionali di Macerata (1943), interregionale di Voghera (1949), internazionale di Cannes (1950), interregionale di La Spezia (1950), nazionale allieve di Pesaro (1956), mentre quella maschile vanta le vittorie del campionato nazionale (1926), del gran premio dei giovani di Varese (1939-1940), concorso federale svizzero di Chiasso (1947) e numerose altre che, per brevità si trascurano.
Le squadre ginniche hanno la loro sede presso la palestra allestita nel 1929 dalla ditta in via Galvani che ha avuto anche funzione di teatro e presso la quale hanno avuto luogo numerosi trattenimenti di arte varia, ai quali ha paitecipato anche una compagnia filodrammatica aziendale che ebbe vita prima della Seconda Guerra Mondiale.
Nella stessa zona é stato pure realizzato, nel 1939, il locale dopolavoro che dispone di un piccolo ma moderno e piacevole complesso edilizio che e da annoverarsi tra i migliori della città, completo di bar, biblioteca e attrezzature per gioco di bocce.
Numerose altre iniziative sono state realizzate nel corso di questi ultimi decenni anche a beneficio di tutta la cittadinanza legnanese dalla ditta Cantoni. Basterà solamente ricordare il suo intervento, quasi sempre determinante, nella organizzazione e nell'aiuto economico a favore di enti o associazioni come per esempio per l’istituto di assistenza ai tubercolotici con ll locale Sanatorio “Regina Elena”, l’ex Centro Sperimentale di Rieducazione Mutilati di Guerra, l’lstituto legnanese per le cure marine, climatiche e termali, con le case di Armeno, Borgio Verezzi e Salsomaggiore, la “Pro Legnano” con la palestra e i bagni pubblici di via Pontida, la ex Colonia Elioterapica, ecc.
E soltanto questo fugace e incompleto accenno puo indicare la E soltanto questo fugace e incompleto accenno puo indicare la vastita dell’opera svolta dalla S.p.A. Cotonificio Cantoni, verso la collettivita e quanto viva debba essere la nostra maturata riconoscenza verso un organismo cosl valido, efficiente e benemerito, che onora l’ltalia e Legnano.
Col senno di poi, Franco Castagna aggiunge che gli anni Sessanta e Settanta furono caratterizzati, per tutta l’industria cotoniera italiana, da alterne vicende; a brevi periodi favorevoli seguirono periodi di difficolta. Piu precisamente si tratto di momenti di ristagno. Nel frattempo il Cotonificio Cantoni acquisi altri stabilimenti:
- quello di Varano Borghi (1960-65) dalla SpA Textiloses;
- quello di Fagnano Olona che viene trasferito in altri edifici;
- quello di Trecate (tessitura);
- quello di Olmina (1958-60) costruito direttamente dalla ditta in sostituzione della Tessitura di Legnanello che venne chiusa;
- quello di Arluno (1969) dalla ditta Fratelli Dell’Acqua;
- quello di Ponte Nossa e quello di Saronno (1969) dalla ditta De Angeli Frua, come pure lo stabilimento di Roe Volciano (che presto fu chiuso).
Nel frattempo la Tessitura di Canegrate venne chiusa.
Gli anni successivi al 1960 furono piuttosto difficili a causa di massicce importazioni di tessuti prevalentemente greggi in ltalia dai paesi in via di sviluppo, e quindi con bassi costi. Va notato, a tale proposito, che il processo di industrializzazione dei paesi economicamente arretrati trovava il suo terreno piu favorevole nel settore tessile, le maestranze del quale non necessitavano del tasso di addestramento di altre attivita industriali.
I dirigenti del Cotonificio Cantoni non tardarono a rendersi conto della ineluttabilita di tale processo e dello sviluppo cui erano destinati gli scambi tra paesi poveri e paesi ricchi. Essi accelerarono l’attuazione di un ulteriore vasto programma di riorganizzazione e di aggiornamento degli stabilimenti dell’azienda e al potenziamento dell’organizzazione commerciale. Ma questo fu inutile data la situazione che veniva maturando.
Nel 1960, nel 1968 e nel 1970 vennero decisi aumenti del capitale che passo da L. 4.800.000 a 11 .250.000.
ll presidente ing. Carlo Jucker terminò la sua vita terrena nell’0ttobre del 1957 e successe alla stessa carica il dott. Mario Giuseppe Soldini. ll direttore generate, dal 1950, ing. Gianfranco Jucker lo fu fino alla sua prematura morte nel settembre 1970, poi venne nominato alla sua stessa carica l‘ing. Adolfo Soldini. Dal 1968 venne nominato Presidente il dott. Riccardo Jucker che venne confermato nel 1971.
Nel 1972 il Cotonificio Cantoni festeggiò il centenario della sua costituzione, ma la sua fine stava arrivando e dopo altri dieci anni finì la sua lunga attività.
 

2 gli affreschi dell’antico ospizio di sant’erasmo

gli affreschi dell’antico ospizio di sant’erasmo
 
sono tornati a casa
fatto mp3
Con questo breve articolo, comunque inadeguato all’importanza dell’argomento, intendiamo presentare, a quanti tra i nostri soci ancora non le conoscono, tre testimonianze della storia e dell’arte legnanese, preziose per il periodo a cui risalgono e per le vicende a cui sono collegate.
Si tratta di tre affreschi, che solo dal Settembre dello scorso anno sono uniti nel luogo di provenienza, appunto I’Ospizio di Sant’Erasmo, dopo peripezie durate quasi un secolo.
Decoravano la facciata dell’edificio, fondato forse da Bonvesin de Ia Riva nel lontano secolo XIII, che da allora ha svolto una fondamentale opera di cura rivolta alle fasce più deboli della popolazione: poveri, malati, bambini abbandonati, anziani.
Due affreschi rappresentano la vita di Sant’Erasmo: la flagellazione ed il martirio. il terzo, più grande, raffigura un momento importante nell’attività dell’Opera pia che gestiva l’ospizio: la distribuzione delle patenti di povertà, che consentivano ai riceventi di ottenere alimenti e altri sussidi. Vi si vede, infatti, un alto banco, al quale siedono gli amministratori dell’Opera, in abiti eleganti, e sotto persone che porgono sacchi a uomini e donne del popolo. I colori sono caldi e la scena, con i due piani nettamente separati (sopra i donanti, sotto i riceventi) é vivace e ben costruita: un documento “di costume ”, che testimonia le consuetudini di un’epoca e per questo é interessante anche al di del suo valore artistico, come aveva già puntualizzato a suo tempo la Regia Soprintendenza all’arte delle Province Lombarde. Già, perché questi affreschi furono rnotivo di una lunga controversia che coinvolse enti schierati su posizioni divergenti: da una parte la congregazione di carità e il Comune di Legnano, dall’altra la Soprintendenza.
La questione comincia alla fine dell’Ottocento, quando I’Ospizio già risultava fatiscente e inadeguato alle crescenti richieste di ricovero, tanto che Congregazione e Comune assistevano vari bisognosi a domicilio o pagavano rette per loro in istituti di altre località, prevalenternente in quello di Cesano Boscone.
La Congregazione, perciò, chiese nel 1893 alla Soprintendenza la possibilità di demolire I’Ospizio “senza intaccarne le memorie storiche”, per costruirne uno più idoneo. Ma non ebbe alcun riscontro.
Passarono dieci anni. il degrado dell’edificio progredì. Perciò la Congregazione sollecitò un intervento urgente alla Soprintendenza, che effettuò finalmente un sopralluogo, il cui risultato non fu però quello sperato dalla Congregazione. Infatti la Soprintendenza proibì “ogni, anche parziale, demolizione ” perché gli affreschi della facciata, a suo parere cinquecenteschi ed attribuibili ai Lampugnani, erano di interesse storico. Di conseguenza, ma dopo altri dieci anni, nel 1913, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio, in base alla legge 364 del 1909.
Cominciò allora una vicenda molto “italiana” di rinvii, silenzi, lungaggini burocratiche, fraintendimenti più o meno involontari, con alla fine la tentazione del “fatto compiuto”.
Nel 1918 la Congregazione ricevette un lascito ingente da Cristoforo Borsani e decise di stringere i tempi. L’ultima ricoverata andava a raggiungere a Cesano Boscone gli oltre cinquanta legnanesi che già vi erano assistiti. Nel 1920 l’antico Ospizio era ormai vuoto. Perciò il presidente della Congregazione chiese nel 1921 un nuovo sopralluogo alla Soprintendenza, che ne incaricò l’arch. Perrone.
Questi condizionò una eventuale demolizione alla presentazione di un dettagliato progetto e alla sua approvazione da parte della Soprintendenza.
Nel 1923 mons. Gilardelli affido al nuovo sindaco Fabio Vignati una consistente offerta, invitandolo a promuovere una sottoscrizione per l’edificazione di un nuovo ospizio. L’anno seguente, riferisce Guidi su “La voce di Legnano”, il Comune sollecito un altro sopralluogo, ma l’ing. Bianchi, inviato dalla Soprintendenza, mitigo appena il precedente verdetto: “Se non l’edificio, il quale all’interno non ha niente di interessante, il tratto con la vita e la morte di Sant’Erasmo, le funzioni dell 'Ospizio e il Salvatore sopra la porta, dev’essere conservato finché si può
Trascorsero altri due anni, durante i quali non sono documentati ulteriori contatti tra i due enti. Poi, nel 1926, un articolo del solito Guidi annuncio “ll piccone ha cominciato a demolire il vetusto fabbricato che  costituiva l’Ospizio di Sant’Erasmo.  La Commissione per la conservazione dei monumenti aveva consigliato di conservare almeno il tratto di muro coi dipinti. Ora però pare non insistano più.  Avvisato (dall’articolo?) il Direttore della Soprintendenza, Ettore Modigliani, con raccomandata rammento alla Congregazione “l ’0bbligo di ottenere l ’autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione 
Non ricevendo risposta, chiese al Sottoprefetto di Gallarate di far sospendere i lavori. Fu allora l’Ufficio Tecnico del Comune di Legnano a rispondergli, con un’ampia relazione, ?firmata dall’Assessore ai lavori pubblici Morganti, sottolineando la necessita per la citta di avere un Ospizio.
L’Opera Pia Sant’Erasmo aveva messo a disposizione un appezzamento su cui "sorgevano stalle, cascine e una serie di vetuste catapecchie... racchiudenti il cosi detto ospizio... una costruzione antiestetica cui nulla aggiungono gli ormai indecifrabili affreschi della facciata, mentre la sua esistenza impedisce la sistemazione dell’ospizio e, quello che più: ‘monta’, l ’attuazione del Piano Regolatore di via Sempione, arteria di grande trafiico, che in quelpunto ha una grossa strozzatura, mentre la demolizione dell ’edificio permetterebbe un allargamento di circa due metri Morganti si dichiarava disponibile a “tentare lo strappo di qualche particolare dell’affresco, di nessun pregio artistico, se ciò sarà ancora possibile
La Soprintendenza impose la sospensione dei lavori e l’invio di foto del muro in questione. Il Comune cercò un appoggio nella Commissione edilizia, che però si pronunciò anch’essa per la oonservazione del muro. In risposta la Soprintendenza negò anche il distacco degli affreschi: il muro doveva restare “nel luogo in cui era collocato in origine
S’intensificò lo scambio di lettere. Ognuno difendeva le proprie ragioni. Dopo altri sopralluoghi, Modigliani denunciò al Ministero della Pubblica lstruzione il Comune e la Congregazione “per l’imperizia con cui han lasciato esposto alle intemperie il muro, con conseguente degradazione... Ancora una volta ci si mette difronte ad anfatto compiuto per eludere la legge e questa S0printendenza considera cio intollerabile”.
Quindi il 9 Febbraio 1927 il Ministero denunciò Congregazione e Sindaco per arbitraria demolizione. lntanto il nuovo Ospizio era terniinato. Si giunse perciò ad un compromesso: demolizione del muro, ma preceduta da stacco degli affreschi e loro restauro “a cura di un restauratore onesto e abile” a spese della Congregazione. Poi conservazione nella Chiesa di Sant’Erasmo. ll Comune affido il distacco alla ditta Fratelli Annoni di Milano, distacco che fu poi effettuato dal pittore Gersam Turri. Nel frattempo, pero, Modigliani apprese che il Presidente della Congregazione era quell’Antonio Bernocchi, grazie al cui cospicuo contributo era appena stato concluso il restauro del Palazzo Brera di Milano. Percio cerco di ritirare la denuncia, ma essendo ormai cio impossibile, chiese alla Procura di Busto Arsizio, incaricata del processo, di aocettare le giustificazioni degli imputati, che furono in effetti assolti.
Nel 1929 Modigliani visito gli affreschi nella chiesa di Sant’Erasmo Li trovo "in splendide condizioni ", ma ne critico la collocazione: “sono appesi in due cappelle ove non si possono in alcun modo godere e dove sono soggetti anche a pericolo per accatastamento di sedie
Percio uno di essi finì nella canonica della chiesa di Sant’Erasmo, dove ancora si trova; gli altri tre nell’Ospedale di Legnano, in seguito alla dismissione del quale vennero trasferiti, uno alla volta negli ultimi cinque anni, presso l’attuale Ospizio di Sant’Erasmo, nella zona di ingresso, dove ora sono visitabili.
L’ultimo vi é stato collocato grazie all’intervento del Lions Club Legnano Host; era nella palazzina dell’Amministrazione, luogo ormai abbandonato e quindi a rischio.
Nuccia Razzini

3 Chiesa di San Bernardino

Chiesa di San Bernardino
 
Edificata nel XVll Secolo sui resti di un più antico oratorio, fu consacrata su disposizione di Carlo Borromeo.
 
le prime notizie di questa chiesa ci sono fornite dal prevosto Agostino Pozzo nella sua cronaca del 1650:
"Nella cascina San Bernardino, copiosa di persone, si trova una picciol chiesa del medesimo nome... é antica e escetto che a tempi passati fu riedificata la capella unica che in quella si trova. L'anno 1642 fu intrapreso l'uso di farvi la festa di San Bernardino al 20 maggio...".
la chiesa dopo gli ultimi restauri prevosto Pozzo aggiunge che in questa chiesa furono celebrate per molto tempo le messe festive, in particolare da un Padre Antonio Borsano, da un Mazzuchelli e da un altro sacerdote detto "il Salvione". Dunque il Pozzo ci dice che nello stesso luogo doveva già esistere una chiesina oratorio ancor prima del 1642, che - secondo altre fonti - dovrebbe essere stata edificata a ricordo delle prediche di San Bernardino, effettuate nell'anno 1444 nel convento di Sant'Angelo a Legnano. Il predicatore trovò infatti alloggio nella qui esistente cascina, ospite dei canonici ordinari di Sant'Ambrogio che avevano la loro residenza estiva in questo luogo, non molto distante da un loro monastero situato in quel di Sotera (oggi San Giorgio su Legnano). Del primitivo oratorio restano, oltre a frammenti di murature in cotto e in ciottoli, messi in vista sulle pareti laterali esterne, anche una formella in terracotta del sec. XV raffigurante un San Bernardino a tre quarti di corpo, che si trovava sulla facciata e che ora è murata all'interno del tempietto.
Da notizie attinte dall'Archivio storico della Curia Arcivescovile di Milano (volume 13° Pieve di Legnano), su segnalazione del prof. Egidio Gianazza, risulta che il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo aveva incaricato mons. Stefano Lonato di effettuare per suo conto una visita pastorale a Legnano il 28 gennaio 1580. Alcune concomitanze lasciano supporre che in tale occasione sia stata consacrata questa chiesa. Il cardinale Borromeo volle così compiere un gesto di riconoscenza a ricordo del fatto che suo nipote Federico Borromeo era stato allattato per tre mesi, nel 1564, nella cascina San Bernardino, da una balia dei fattori della nobile famiglia Lampugnani, allora proprietaria di quelle terre. Quest'ultima circostanza era stata anche riscontrata e citata da Gian Battista Raimondi nel suo volume "Legnano" del 1913.
Sempre nella sua cronaca delle chiese, il prevosto Pozzo narra un altro episodio legato a San Bemardino, il cui protagonista egli dice di non voler nominare. In realtà si trattava di Attilio Lampugnani, figlio del cavaliere Giuseppe Lampugnani. Costui, descritto come cattivo e indomabile e che era stato anche bandito dal Ducato, ruppe con una archibugiata l'unica campana della chiesa, ma "non andò molto lontano il castigo di tanta temerarietà", fa sapere il prevosto Pozzo, in quanto otto giorni dopo costui morì di morte violenta. La campana fu sostituita poco dopo ad opera di padre Gervasio Crivello, che ordinò anche un primo restauro della chiesa nel 1644.
Il tempio fu anche arricchito di alcune opere artistiche tra le quali un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, San Francesco e San Carlo, da alcuni attribuito a Giovan Battista Crespi detto il Cerano. Ciò almeno fino al 1970, allorchè, in occasione di un sopralluogo effettuato dal Sovrintendente alle Gallerie di Milano, questa attribuzione fu esclusa. Infatti il Cerano, oltre a essere più grandioso nei suoi dipinti, aveva uno stile particolare nel ritrarre San Carlo, che aveva oltretutto conosciuto in vita; lo aveva cioè sempre rappresentato col naso adunco. L'affresco della chiesa di San Bemardino, invece, ci presenta un San Carlo con un naso di grandi dimensioni ma diritto, secondo la moda pittorica del XVII secolo. Il tutto ha anche una spiegazione.
Alla fine del '700 un fulmine causò seri danni al tempietto e in occasione delle successive riparazioni l'affresco, a sua volta danneggiato, fu ritagliato e coperto da una cornice lignea con lesene e capitelli. In questo modo scomparve l'affresco di Francesco Lampugnani cartiglio con la firma dell'autore che secondo lo stile di esecuzione dell'opera, come ebbe a confermare il Sovrintendente alle Gallerie di Milano, doveva essere di Francesco Lampugnani e realizzata nel 1644.
Si nota anche l'analogia di alcuni particolari della Vergine col Bambino e San Carlo ritratti dallo stesso artista nella pala d'altare in Sant'Ambrogio a Legnano. Inoltre essendo la chiesa di San Bemardino sotto il patrocinio dei Lampugnani, come dimostra lo stemma gentilizio di questa nobile famiglia legnanese sull'acquasantiera posta all'ingresso, era logico che questi facessero lavorare i loro artisti, invece di affidare gli affreschi a un pittore concorrente che operava a Milano. Pure dei fratelli Lampugnani dovevano essere anche gli affreschi che figuravano sulle pareti e che andarono perduti alla fine dell'Ottocento, allorché la chiesa fu completamente ristrutturata e ampliata. In tale occasione fu abbattuta una parte del muro e furono creati due archi di accesso alla cappella absidale semicircolare, aggiunta come coro alla chiesina. Fu ricavata anche una piccola sacrestia sul lato sinistro di fianco alla torre campanaria, pure ricostruita e dotata di nuove campane. L'inaugurazione della chiesetta così restaurata avvenne il 20 maggio 1894.
Nel 1972 la parte inferiore del muro di separazione fu eliminata e l'affresco spostato in fondo alla cappella absidale. È rimasto invece al suo posto, in alto, un crocifisso del '700 di buona fattura, in legno e in bronzo. In tale occasione fu possibile ricuperare sulle pareti laterali interne due affreschi ottocenteschi realizzati dal pittore legnanese Antonio Maria Turri, raffiguranti un San Lorenzo a destra e un San Rocco a sinistra. In questa stessa circostanza inoltre era anche stato rifatto il pavimento ed erano state eliminate le balaustre per rendere più capiente l'interno della chiesa. All'inizio degli anni Ottanta il pittore e scultore Sergio Bongini ha realizzato per San Bernardino una pregevole Via Crucis in formelle di terracotta.

4 Soppressione della tranvia Milano-Gallarate

Soppressione della tranvia Milano-Gallarate
 
Fra poco più di un anno ricorre il cinquantesimo anniversario della soppressione della tranvia Milano-Gallarate, avvenuta esattamente il 18 gennaio 1966. Le due foto che pubblichiamo mostrano il famoso tram, soprannominato gamba de legn, in piena attività nell'attraversamento di Legnano: una cartolina degli anni venti lo mostra in corso Sempione all’altezza della chiesa della Madonnina e l’altra del 1936 in viale Benito Mussolini (oggi viale Matteotti) con la stazione (dove oggi é ubicato l’edificio Inail). Entrambe le irnmagini sono tratte dal volume Legnano di ieri -
Care vecchie cartoline, a cura di Franco Pagani e Dario Rondanini, presentato lo scorso 22 novembre a un numeroso pubblico nella sede del palazzo Leone da Perego, con l’intenvento del sindaco Centinaio e di altre autorità locali. Il volume, edito dalla Società Arte e Storia di Legnano e ora nelle librerie, contiene circa 450 cartoline di scorci della citta da fine ottocento a metà novecento, che mostrano l’ambiente e la vita legnanese oltre a fabbriche, angoli caratteristici e costruzioni, di cui alcuni che hanno subito radicali trasformazioni o addirittura sono scomparsi. La pubblicazione del libro é stata dedicata al 90° anniversario del conferimento a Legnano del titolo di città, e potra essere anche un ottimo biglietto da visita per i futuri visitatori di Expo 2015: per essi é stata tradotta in inglese una sintesi della storia di Legnano che apre la prima pane di questa bella raccolta-amarcord di cartoline d’epoca inedite.
Giorgio D’Ilario

5 Antonio Luraghi, artista eclettico

Antonio Luraghi, artista eclettico
 
E' stato interprete anche del personaggio di Giuan dei Legnanesi
 
Nello scorso mese di novembre ha suscitato a Legnano grande commozione la scomparsa di Antonio Luraghi, personaggio noto sia come artista a tutto tondo sia come interprete del teatro dialettale. E stato infatti uno degli ultimi Giuan della Compagnia dei Legnanesi, ma é conosciuto soprattutto come artista completo che ha saputo spaziare dalla pittura al disegno, dalla scultura all’incisione e anche alla scenografia. Imponente ed originale la sua opera massima, la statua dedicata a Felice Musazzi che Luraghi ha voluto rappresentare non con il suo volto reale ma con la maschera di Teresa. Il monumento è stato collocato nel maggio 1996 nel centro di Legnano, di fianco al Commissariato di Pubblica Sicurezza.
Suo é anche il busto del poeta-imprenditore Giuseppe Tirinnanzi, che ogni anno viene esposto durante la cerimonia del premio di poesia.
Sempre disponibile e generoso, Luraghi ha collaborato in Famiglia Legnanese alla realizzazione nel 1995 della mostra “Le pietre stampanti” incentrata sulla litografia nell'altomilanese nel primo Novecento e dall’editoria dei Da Legnano al suo sviluppo nel Legnanese, mostra che è stata poi ripetuta a Busto Arsizio. Il materiale esposto è stato in gran parte messo a disposizione dallo stesso Luraghi e utilizzato anche per un apprezzato catalogo.
Sempre in “Famiglia” ha partecipato alla seconda Biennale d’Arte a Legnano.
“Luraghi ha realizzato anche opere di grafica per i nostri soci - come ha scritto in un messaggio il presidente della Famiglia Legnanese, Gianfranco Bononi - con la particolare maestria acquisita nell’arte litografica praticata per tanti anni nelle locali Industrie Grafiche Proverbio. Con questi cari ricordi ci stringiamo attorno alla famiglia e in special modo alla moglie”.
Affettuose condoglianze anche dalla redazione de “La Martinella”.
A pochi giomi di distanza dalla scomparsa di Luraghi, un secondo lutto ha colpito la Compagnia de I Legnanesi. E' mancato Giuseppe Parini, presente sul palcoscenico del teatro dialettale fin dalla nascita nel 1949, dapprima con ruoli diversi, poi nell’interpretazione dell’esilarante macchietta di “Cornelia”. Parini aveva 83 anni ed era considerato la “memoria storica” della compagnia fondata da Musazzi, tuttora in attività con grande successo di pubblico.
Ai familiari le piu sentite condoglianze.
G.D’I.

6 aggiornamenti del lombardo-veneto:

aggiornamenti del lombardo-veneto:
legnanello - fra storia e filatelia
 
Legnanello evoca nei collezionisti un annullo che in epoca filatelica è estramamente raro , tanto da essere classificato R3. Il grande Enzo Diena, in un certificato di una lettera con tale annullo, su un francobollo di 15 centesimi della prima emissione del Lombardo-Veneto, scriveva: ”… mi sono note solo altre tre impronte su lettera”. I quattro lettori di questo articolo ricordano, forse, che Legnanello è, semplicemente un quartiere o, meglio, una delle otto contrade di Legnano, dove ogni anno, in occasione del 29 maggio, con una sfilata storica e un palio, si ricorda la battaglia che vide i Comuni della Lega Lombarda sconfiggere Federico I , detto il Barbarossa(1176).
La storia postale di Legnano inizia in realtà nel XVIII° secolo nella sua frazione di Legnanello. Prendendo a prestito un’espressione, cara alla medicina di questi anni, volendo ricostruire la storia postale legnanese, mi riferisco a “una prefilatelia basata sulle evidenze”. Per completezza ricordiamo che ancora nell’ultima edizione degli “Annullamenti” del Sassone, si parla un timbro prefilatelico di LEGNANO, a cui viene anche attribuita la valutazione di 4, ovvero di apparente facile reperibilità. Anche il Vollmeier nel suo classico testo, cita il Banci che ritiene che Legnano fosse dotato di bollo in era prefilatelica, dal 1847 al 1850: giustamente afferma di non averne mai visti, ma l’esperto ticinese è impreciso quando sostiene che “ l’ufficio era probabilmente fino a maggio 1850 a Legnanello.” Infatti poche righe prima, parlando dell’annullo prefilatelico di Legnanello ne limita la durata fino al marzo 1850. In realtà l’annullo di Legnanello risulta comparso(come afferma lo studioso luganese) nel novembre 1840 e utilizzato fino alla fine di maggio del 1850 (continuando poi per altri sei mesi, in era filatelica, dopo l’introduzione in Lombardia del primo francobollo della penisola).
La privilegiata posizione di Legnanello lungo il corso del Sempione favorì l’insediamento di una posta di cavalli, come si può evincere dal bando indetto il 18 marzo 1789 : veniva soppressa la fermata della Cassina Buon Gesù(quella tra Busto Arsizio e Legnano) e spostata a “Legnarello” (versione dialettale ancor oggi diffusa).
Veniva indetta un’asta pubblica per la “condotta delle poste dei cavalli”, con lo scopo di agevolare i percorsi tra Milano e Como (soppressione della stazione di posta “alle Piode”, trasferita a Barlassina) e fra Milano, Varese e Sesto Calende (oltre a quella di “Legnarello” veniva istituita quella di Gallarate.
L’esatta collocazione non è nota con certezza ma, verosimilmente, non era distante da quel che resta del palazzo Corio, nei pressi dell’Istituto delle Canossiane. La strada era allora “denominata per Sesto Calende” ed era designata col numero 9. Solo con l’avvento di Napoleone, che riorganizzò le comunicazioni stradali e postali fra Milano e Parigi, con l’attraversamento del passo del Sempione, assunse la denominazione attuale. Ma con un avviso dell’Imperial Regia Direzione delle Poste di Lombardia del 1830 , in cui compare la corretta dizione di Legnanello, veniva attivata, col primo marzo, la stazione di “posta cavalli”, con la definizione delle distanze postali da Milano a Sesto Calende. Quindi la data d’inizio dell’attività postale a Legnanello potrebbe essere anticipata, anche se non risultano, allo stato attuale, rinvenimenti di lettere prefilateliche antecedenti il 1840. Nella mia collezione la più “antica” è del 19 dicembre 1843.
Sul “recto” di un’altra prefilatelica in partenza da Legnanello è riportato un timbro tondo (Amm. E Direz. Elemos. del L. P. di S Erasmo ed uniti in Legnano. Dist. XV) (Fig. 1). Si tratta di una lettera indirizzata alla Segreteria della Mensa Arcivescovile (parzialmente cancellato) con cui viene richiesta una copia autenticata, in carta semplice, di fede di battesimo di Gaspare Lampugnani di Cesare, già monsignore in Duomo nel 1819.
Non abbiamo mai osservato prima d’ora questo timbro tondo riferito a S. Erasmo che, se non attribuisce valore aggiuntivo alla prefilatelica, rappresenta invece un interessante dato storico.
Quello di S.Erasmo fu probabilmente il primo nucleo dell’ospedale, inteso in senso etimologico.
Nel ‘200, Bonvesin della Riva, grammatico e terziario degli Umiliati, pare abbia ampliato una struttura preesistente, che dava “ospitalità“ ai viandanti diretti a nord o, più frequentemente, verso Roma. Qualcuno lo vuole inserito anche nella via francigena. Col tempo cominciarono ad essere ricoverati anche ammalati, nutriti, rifocillati e curati coi pochi mezzi allora disponibili.
L’assistenza era affidata a frati e laici e i mezzi di sostentamento (oltre che dalle “elemosine”) provenivano dalle ampie tenute che circondavano il primitivo ospizio. Erano coltivati i cereali e la vite, proprio sui colli vicini: forse è nato allora il “vino dei colli di S. Erasmo”.
Nell’archivio parrocchiale della basilica di S.Magno a Legnano(ancora nel sette/ottocento), non è difficile imbattersi, nel registro dei battesimi, in cognomi come “ Dell’ospite”. Si tratta di una contrazione del termine “Dell’ospitale”, che si riferisce ai neonati (figli illegittimi o che non potevano essere allevati per povertà) abbandonati all’Ospedale S.Caterina alla ruota in Milano. Anche a Legnano, all’ospizio di S.Erasmo era collocata “una ruota”, che serviva a questo scopo. Talora i neonati, se non venivano adottati, erano spesso trasferiti a Milano. Proprio all’Ospedale di S.Caterina è indirizzata un’interessante lettera, in cui si comunica il decesso di un “esposto” adottato da una coppia di Legnano (FIG. 2). E’ una conferma dell’origine del cognome Esposito, diffuso soprattutto nel meridione . E’ stata spedita dalla Parrocchia di S. Magno il 21 luglio 1850 quando, da quasi due mesi, il Lombardo-Veneto (primo in Italia) si era dotato di francobolli, ma la lettera non è affrancata. La scritta a penna “Strettamente d’ufficio” e il timbro “Parrocchia di Legnano S. Magno” ci permettono di capire che la corrispondenza con tale provenienza usufruiva della franchigia e quindi era esente da affrancatura. Le lettere con il timbro Legnanello, nel periodo che va dal 1 giugno al dicembre 1850, rappresentano il massimo della rarità (oltre il valore estremo di 13) e sono classificate “R3” (in una graduazione di rarità da R1 a R3 ).
Come ricordato precedentemente, Diena parla di altre quattro impronte su lettera . Per quanto mi risulta, esisterebbero solo altri tre frammenti con tale rarissimo annullo. Facendo le dovute proporzioni, se 7 lettere e frammenti che annullano la prima emissione del Lombardo-Veneto sono quotate nel grado di rarità al massimo livello (R3), l’analogo annullo prefilatelico sulle lettere in possesso dell’autore o transitate sul mercato(negli ultimi vent’anni) meriterebbe una valutazione più alta del grado “6” attribuita dal Vollmeier nel suo libro(edito oltretutto nel 1979).Tale punteggio è attribuito alle lettere in partenza, mentre quelle in arrivo hanno addirittura una classificazione di 2 punti. Nella mia collezione le lettere in partenza e arrivo si equivalgono; poche sono quelle in epoca filatelica.
La posta di Legnanello e con essa il primo timbro della citta’ del Carroccio, cessava la sua validita’ nel dicembre 1850/gennaio 1851, secondo qualche autore, per scarso flusso postale. Veniva aperta, in altra sede, la definitiva posta di Legnano che utilizzava un timbro in stampatello diritto, in sostituzione dell’elegante corsivo di Legnanello. Il timbro cosiddetto prefilatelico, citato dal Banci, forse potrebbe essere un franchigia del primo periodo di attività del nuovo ufficio postale: è solo un’ipotesi personale che attende conferma. Quel timbro riportato dal Vollmeier nel suo trattato è molto simile( anche se con caratteri più sottili) a quello utilizzato per Legnano nella prima fase filatelica.
Gradirei se coloro che sono in possesso di una lettera con l’annullo di Legnanello (periodo prefilatelico o filatelico), inviassero una scansione (con l’indicazione dell’anno relativo) in quanto sarebbe interessante costituire un “ database” di questa rara impronta.
Raffaele Baroffio

7 Le strade della città

Le strade della città. Il loro nome, la località che servono, le notizie di chi ricordano
 
Abba Cesare (1838-1910). Segui Garibaldi nella spedizione dei Mille (1860) e nella campagna militare del 1866. Della prima lascio un diario dal titolo << Da Quarto al Volturno - Noterelle di uno dei Mille », capolavoro della letteratura popolare garibaldina per la sua spontaneita e i suoi pregi d’arte. Strada del rione di Sacconago da via Magenta a Pieve di Cadore.
 
Abbiategrasso. Industriosa città della provincia di Milano (pelli, latte, fertilizzanti), attraversata dal Naviglio grande. Conta circa 20 mila abitanti. Strada del rione di Borsano da via Lodi.
 
Acerbi Giovanni (1825-1869). Già cospiratore, nel 1849 offrì il suo braccio per la difesa di Venezia. Compromessosi nuovamente nelle congiure contro l’Austria dovette esulare. Combatté nella campagna rnilitare del 1859 e l’anno dopo al seguito di Garibaldi ebbe la intendenza generale della spedizione dei Mille insieme ad Ippolito Nievo. Nel 1867 a capo di una colonna garibaldina nell’agro rornano occupò la città di Viterbo. Strada del rione di Sacconago da via Magenta verso Borsano.
 
Acireale. Citta siciliana della provincia di Catania con circa 30 mila abitanti. Produce e commercia agrumi e vini. E anche stazione idrotermale. Notevoli il suo Duomo e la chiesa di S. Sebastiano. E la romana Aciurn, detta Reale nel 1642 perché appartenne a Filippo IV di Spagna. Strada del sud-ovest cittadino oltre via M. Polo e v.le Sicilia.
 
Acqui. Cittadina piemontese (Alessandria) a sinistra del fiume Bormida. Conta circa 20 mila abitanti. E rinomata stazione termale per la sua fontana bollente (74'° Cent.). Nel passato fece parte della Lega lombarda. Già sottoposta ai marchesi di Monferrato passo poi ai duchi di Savoia nel 1708. Strada del sud-est cittadino da v.le Boccaccio.
 
Adamello. Gruppo di monti tra la valle del Sarca e quella dell’Oglio (Valcamonica). Le sue vette principali sono la Presanella (m. 3561) e l’Adamello stesso (m. 3554). Strada della zona dell’Ospedale da via A. Da Brescia.
 
Adda. Fiume affluente di sinistra del Po. Nasce dal gruppo alpino dello Stelvio, forma il lago di Como donde esce a Lecco. Sbocca nel Po presso Cremona, dopo aver bagnato Bormio, Tirano, Sondrio, Lodi, Pizzighettone. Attraversa cinque province: Sondrio, Como, Bergamo, Milano, Cremona. Nel suo corso (313 chilometri di cui 51 navigabili) alimenta industrie, turbine elettriche, canali di irrigazione, quale quello della Martesana. Strada della zona di S. Edoardo da via Muratori.
 
Adige. Il maggiore fiume del Veneto e il secondo d’Italia. Bagna Merano, Trento, Rovereto, Verona, Legnago e sfocia nell’Adriatico a sud di Chioggia dopo un corso di 410 chilornetri, di cui 300 navigabili. Strada della zona di S. Michele in via Q. Sella.
 
Adria. Citta veneta (Rovigo) nel Polesine, di circa 20 mila abitanti. Fondata dagli Etruschi fu porto attivo dell'Adriatico cui diede il nome prima di

8 Non è facile orientarsi a Legnano.

Non è facile orientarsi a Legnano.
 
Tratto da: Itinerari, Alto Milanese e i capolavori del '500 Lombardo - Touring Club
 
Non è facile capire una città dove convivono, addossati gli uni agli altri, quartieri operai e architetture rinascimentali, merlature viscontee e sterminati complessi di archeologia industriale, affollate direttrici di traffico ed eleganti vie, parchi urbani e isole di cemento, acciaio e vetro. Non è facile, eppure appare evidente che è proprio districando i nodi di questa stratificazione urbana che si può sperare di comprendere l’evoluzione storica, politica, economica e sociale non solo della città, ma dell'intero territorio di cui costituisce una sorta di “capitale". Attraverso i secoli sembra di poter dire che tutto ciò che accade in questo tratto del Sempione è un riflesso di quello che accade in città. E ancora oggi e su Legnano che l'amministrazione provinciale ha deciso di puntare per far attecchire il Piano Strategico d’Area per l‘Alto Milanese, strumento e modello di concertazione studiato per rimettere in movimento un territorio fermo da troppi anni.
Per certi versi Legnano può essere considerata anche una piccola capitale culturale. Le opere pittoriche della basilica di S. Magno costituiscono un termine di confronto per ogni impresa decorativa realizzata nei corso del Cinquecento nei paesi vicini; le raccolte e le pubblicazioni del Museo civico, nate dalla passione e dalla dedizione dell'ingegner Sutermeister, sono preziosi strumenti di lettura dell’antichità del territorio; le scuole tecniche e gli istituti di formazione in genere hanno costituito uno dei pilastri dello sviluppo industriale (per non parlare di quando nei Duecento in cattedra a Legnano c‘era un certo Bonvesin de la Riva...); qui infine Ie tradizioni hanno saputo mantenersi vitali e autentiche: le contrade sono delle vere e proprie contrade, con uno spirito di identità che va ben oltre Ia messa in scena del celebre Palio.
Molti quindi sono i motivi di interesse di questa città dove, e vero, orientarsi e difficile, ma dove non è impossibile riconoscere il filo della storia e scoprire che ogni tasselIo ha il suo preciso significato.
Ma conviene procedere per ordine. Decine di secoli prima della comparsa di Lemmanum e di Legnanum nei documenti storici del X secolo, sono i ritrovamenti archeologici a parlarci di insediamenti che risalirebbero alla cultura di Flemedello (2000-1800 a.C.), di passaggi dei soliti gruppi celtici, dell'avvento di Roma. Particolarmente illuminante è il primo documento in cui compare Leunianello: anno 789 dell'era cristiana, Pietro arcivescovo di Milano cede alcune proprietà al monastero di S. Ambrogio. llluminante, perché fin da subito la elit di Legnano risulta legata ai vescovi di Milano. ll Xll secolo è tutto nella leggendaria battaglia del 1176, la battaglia del potere imperiale sconfitto, della vittoria dell'orgoglio comunale, dell’eroe Alberto da Giussano e del mito del Carroccio. Nel corso del Xlll secolo il legame con i vescovi sarà particolarmente stretto con Leone da Perego e Ottone Visconti, ai quali si deve la costruzione della Corte arcivescovile e del primitivo nucleo del castello. In generale, il periodo visconteo-sforzesco, anche passata la stagione dei vescovi-conti, e per la città un periodo di grande fioritura economica:
Complice la presenza di una Casa di Umiliati, si sviluppa l'industria della lana e dei tessuti in genere, il Sempione favorisce l'espansione dei commerci, agricoltura e sostenuta dai mulini Iungo l’Olona.
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Segna l'apice di questo sviluppo l’attribuzione del ruolo di capopieve alla basilica cittadina: dal 1584 Legnano è autonoma ed egemone sul territorio e grazie alla sua ricchezza riesce anche a sventare nel 1652 l'infeudazione voluta dal governo spagnolo; sono i Lampugnani, una delle famiglie legnanesi più potenti a partire dal XV secolo, che con un versamento di L. 6680 riscattano i 258 focolari allora esistenti. Ulteriore prova del ruolo e della portata dell’economia cittadina e la concessione del mercato settimanale, avvenuta nel 1795, proprio agli albori dell'epopea industriale legnanese, durante la quale la città sostenuta dai capitani d’industria si sarebbe trasformata da borgo agricolo con mulini e folle lungo l’0lona a “Manchester d’ltalia".
Tutto avviene a ritmo incalzante, le fabbriche si portano dietro infrastrutture e servizi in una crescita che appare inarrestabile. Nel 1821 il primo stabilimento di filatura dello svizzero Martin, seguito dalle filature Krumm, Borgomaneri e quindi Dell'Acqua (1871), Bernocchi (1872-73), De Angeli (1875); il cotonificio Cantoni nasce nel 1879, e da esso esce Franco Tosi, fondatore dell'omonima officina nel 1882; le industrie vengono sostenute da istituti di credito come Ia Banca di Legnano (1887) e il Credito Legnanese (1923), nonché dalla attivazione della ferrovia Milano Gallarate (1860) e dalla tramvia Milano-Legnano (1880). ll Novecento segna il declino di questo modello industriale, ma Ia caduta del settore tessile alla metà del secolo viene bilanciata dall'ascesa del settore meccanico; nel 1951 Legnano e ancora Ia seconda città industriale in Lombardia dopo Sesto San Giovanni, considerando il rapporto tra popoIazione e occupati, ma è una sorta di colpo di coda, che precede di poco il declino industriale degli anni Sessanta e Ottanta, dal quaIe la citta e il territorio stanno cercando di risollevarsi riqualificando, riconvertendo, recuperando quella agilità imprenditoriale e commerciale che in fondo ha costituito una caratteristica costante della storia economica dell’Alto Milanese.
 
Alla scoperta dei tesori di Legnano
 
Fulcro della visita alla città di Legnano e la piazza S. Magno, scenografico spazio pubblico sul quale si erge la basilica di S. Magno, massimo monumento cittadino.
Ha una pianta quadrata d‘ispirazione bramantesca e fu costruita tra ll 1504 e ll 1513 in sostituzione della chiesa romanica di S. Salvatore. ll campanile e del 1752, mentre le porte bronzee della facciata sono di Franco Dotti (1976). L‘interno a croce greca sormontato dal tiburio ottagonale e opera di Gian Giacomo Lampugnani, A questo importante pittore-architetto si deve anche buona parte della decorazione ad affresco delle pareti centrali dell'atrio, della prima cappella a sinistra e di alcuni pilastri, realizzata nel 1517. Alla parete di fondo della cappella maggiore si trova l‘opera d'arte più importante della chiesa, il polittico di Bernardino Luini, datato 1523, una delle prove più alte del maestro leonardesco.
Dentro una cornice lignea d‘ispirazione quattrocentesca si trova in posizione centrale la Madonna in trono col Bambino, angeli e Santi, nel timpano il Padre Eterno, nella predella nove Scene della vita di Gesù, monocrome.
Nella costruzione prospettica degli spazi è evidente l'influsso del Bramante, mentre espressività e gestualità dei personaggi sono di derivazlone leonardesca con aperture verso il classicismo romano. La decorazione delle pareti laterali (1560-64), con la rappresentazione di sette Scene della vita di Gesù) e di Maria, e opera di Bernardo Lanino, debitore della lezione di Gaudenzio Ferrari, presso cui il pittore si era formato. Completano questa galleria di pittura cinquecentesca lombarda il polittico incompleto del Giampietrino nella cappella dell'immacolata (1520-30) e l'affresco con San Pietro Martire (1560 circa) nella prima cappella a destra, attribuito ad Aurelio Luini e fratelli.
Lungo corso Magenta, a pochi passi dalla piazza, si trova il complesso della Corte arcivescovile, cui si accede attraverso un ingresso ad arco e rilievi del Xlll secolo. Comprende i Palazzi di Leone da Perego e Ottone Visconti, luoghi di villeggiatura dei vescovi milanesi, di origine duecentesca ma profondamente modificati verso la fine dell’ottocento. Palazzo Leone da Perego è stato recentemente recuperato e ospita dal 1999 un importante centro espositivo.
Attraverso la via Giulini si arriva alla chiesa di S. Ambrogio, sulla via omonima.
L'antichità della chiesa è stata accertata da scavi condotti durante recenti Iavori di sistemazione, ma oggi l‘edificio si presenta nelle forme della riedificazione seicentesca voluta da Federico Borromeo. All’interno vi è conservato un importante affresco con la Fuga di Sant’Ambrogio da Milano, dei Lampugnani. ln questa chiesa fu probabilmente sepolto il vescovo Leone da Perego alla sua morte nel 1259.
Continuando su via Banfi si arriva in piazza Achilli dove si trova, piuttosto in cattive condizioni, il quartiere Le Grazie, complesso residenziale realizzato nel 1939 dallo studio BBPR per le maestranze del cotoniticio Cantoni. Ritornati su corso Magenta si arriva alla chiesa di S. Maria delle Grazie, edificio realizzato nel 1650 su disegno di Francesco Maria Richini con facciata ritratta nel 1930. All’interno, un importante affresco di Gian Giacomo Lampugnani (inizio XVI secolo) raffigurante una Madonna col Barnbino e Santi.
Da qui, oltre il viale Pietro Toselli, si accede al parco all'interno del quale si trova il castello, eretto da Ottone Visconti attorno al 1250.
L'impianto attuale deriva dall‘ampliamento del 1445 realizzato dalla nobile famiglia dei Lampugnani: i fabbricati viscontei vennero dotati di un fossato e di una cinta di cortine merlate scandita da quattro torricelle angolari e due intermedie, di un ponte levatoio e di un ponticello. ll castello è stato ristrutturato dopo decenni di abbandono nel 2005; dagli anni Settanta del secolo scorso il bosco che lo circonda è tutelato dai Parco del Bosco di Legnano, uno dei primi esempi di bosco urbano in ltalia.
Tornati in piazza S, Magno, il secondo itinerario di visita e verso il corso Sempione.
Seguendo la via Luini si incontra il Palazzo municipale (1908) e poco dopo la Villa Jucker (1906) sede del meritorio sodalizio della Famiglia Legnanese, impegnato dagli anni Cinquanta nella riscoperta e valorizzazione delle tradizioni del territorio. Lungo corso Sempione si incontra invece la palazzina medioevale dell’ospizio di S. Erasmo (1925) erede dell' ospizio già ricordato nei Medioevo, presso il quale deve aver soggiornato Bonvesin de Ia Riva.
Nella cappella annessa, ricostruita nel 1490, si conserva un'importante pala d‘aItare (Madonna col Barnbino e i Sant' Erasmo e Magno) attribuita ora ai Garofalo ora a Lampugnani. Un altro affresco proveniente dall’ospizio è ora custodito presso il vicino Ospedale civile, i cui padiglioni originari sono stati progettati da Luigi Broggi nel 1904.
L’uItimo itinerario, muovendo ancora da piazza San Magno, percorre corso Garibaldi fino al Museo Civico. Una piccola deviazione, dedicata alla memoria del passato industriale, é consigliata lungo corso ltalia si incontra subito il Monumento ai Caduti del Lavoro, inaugurato nel 1983, quindi il PaIazzo per uffici e residenze (Luigi Caccia Dorninioni, 1963), infine le casette rosse del quartiere per operai e impiegati delle Officine Franco Tosi (1900-1924), proprio nei pressi del Monumento alla battaglia di Legnano di Enrico Butti (1900).
Tornati su corso Garibaldi, reso elegante dai tradizionali bassi prospetti edilizi, si raggiunge il Museo civico Guido Sutermeister, allestito tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento in una palazzina eretta nei 1928 con i ruderi del maniero dei Lampugnani del XV secolo, distrutto per far spazio ai Cotonificio Cantoni.
Conserva in particolare materiale archeoIogico proveniente dalla città e dai territorio circostante (reperti della civiltà di Canegrate e di Golasecca), oitre a una buona collezione di reperti etruschi, àpuli e romani (in evidenza una coppa d'argento del I-ll secolo, raffigurante il mito della dea CibeIe). Espone inoltre il trittico di Gaetano Previati dedicato alla battaglia di Legnano e alcuni importanti affreschi quattro-cinquecenteschi provenienti da case nobili o edifici religiosi andati distrutti.
 
La Strada del Sempione
Nella City di Londra, capita di svoltare e trovarsi in “Lombard Street"; il nome può suonare strano, ma non lo è se si pensa all’importanza storica della via del Sempione, grazie alla quale Milano ha potuto aprirsi all'oItralpe, verso Francia, Spagna, Fiandre e, appunto, Inghilterra. E' vero che Ia strada, con questo nome, nasce per decreto napoleonico nei 1800, ma il suo tracciato era già frequentato nel V secolo a.C. dai Celti. Al pallino di Roma per le strade si devono i primi tratti in selciato, ma è a partire dai Duecento che la strada assume carattere commerciale: si sviluppano mercati dove arrivano acquirenti e venditori da tutta Europa, nascono istituti di credito e società di trasporto, si ingrossano centri manifatturieri e agricoli.
 
La collezione Sala
Prende il nome dai collezionista proprietario, ed è stata acquistata dalla Famiglia Legnanese, nel 1997, che l’ha ceduta in comodato al Comune di Legnano e ne ha disposto l'esposizione al pubblico. La raccolta, vincolata presso il Ministero dei Beni Culturali con la definizione “di eccezionale interesse artistico - storico", è costituita da 57 pregevoli pezzi, provenienti da aree diverse, databili dai IX secolo a.C. al lll secolo d.C.
Comprende reperti in bronzo, ceramiche finemente decorate, lucerne, balsamari e monili in pasta vitrea. La mostra è stata collocata in modo permanente presso il Museo Civico in una saletta al primo piano appositamente ricostruita e arredata con mobili e vetrine come la stanza privata, prediletta da un collezionista del XlX secolo.
 
Legnanese e Legnanesi
ll dialetto legnanese è una variante della lingua lombarda, censita dall'UNESCO tra quelle meritevoli di tutela. Ha perso molte delle sue specificità a causa dell'assimilazione al “milanese" ma ancora oggi, spostandosi da un ‘paese all’aItro, si incontrano parlate che si differenziano, le “e” aperte che diventano chiuse, le "a" che diventano O. Da questo patrimonio di lingua e cultura popolare in via di estinzione la compagnia teatrale “l Legnanesi" ha tratto ispirazione per rappresentazioni e personaggi comici e grotteschi, basati sull'improvvisazione e sul travestimento. Fondata nel 1949 da Felice Musazzi, la compagnia ha saputo guadagnare un ruolo di tutto rispetto nel panorama del teatro dialettale italiano ed europeo.
 
Legnano Jazz Festival
Tra le iniziative culturali piu interessanti della città, la manifestazione nata nel 2004 e cresciuta negli anni ed e ormai un appuntamento molto apprezzato dagli appassionati di jazz. A luglio, nel cortile del Palazzo municipale in piazza San Magno, si svolgono spettacoli live di artisti italiani e stranieri. Nelle passate edizioni si sono esibiti musicisti del calibro di Giorgio Gaslini, Chris Potter, Lino Patruno e Paolo Tomelleri.

9 Franco Tosi commemorazione 2015: l'intervento dell'Anpi

Franco Tosi commemorazione 2015:
l'intervento dell'Anpi
 
FRANCO TOSI 2015  – INTERVENTO ANPI
 
Mi rivolgo a voi tutti per ricordare ancora una volta, a nome dell’ANPI legnanese, i lavoratori della Franco Tosi che in quel lontano giorno di gennaio furono strappati all’affetto delle loro famiglie e deportati in un viaggio senza più ritorno.
 
Saluto con deferenza le autorità qui presenti, i rappresentanti delle varie associazioni, dei sindacati, dei partiti politici, gli studenti ed i loro docenti, i cittadini tutti qui uniti per un atto di omaggio e di impegno civile .
 
Ringrazio le forze dell’ordine e la polizia locale che, col loro lavoro permettono a tutti noi lo svolgimento sereno della manifestazione.
 
Un fraterno saluto lo rivolgo ai lavoratori della Franco Tosi ed alle loro rappresentanze sindacali di fabbrica, con l’augurio che finalmente l’anno appena iniziato consolidi e rassereni per lungo tempo la difficile situazione lavorativa.
 
“ Ha toccato la paura, ha ascoltato gli sguardi del dolore, ha sentito le grida delle vittime poi egli stesso fu vittima “. Queste parole che il poeta tedesco Friedrich von Schiller ci ha lasciato nella sua toccante opera “ La morte di Wallenstein” ben si addicono ad ognuno di questo nostri compagni lavoratori che nel lontano 1944 la tirannia nazifascista ha condannato a morte in terra straniera.
 
I loro nomi sono risuonati a monito nelle ampie arcate del reparto montaggio della Franco Tosi e le parole del ricordo che abbiamo udite non necessitano di aggiunte ulteriori. Noi li leggiamo questi nomi sulle lapidi poste in questo lembo di terra consacrata, ma sotto il freddo marmo non riposano i resti di questi lavoratori poiché le loro spoglie sono state inumate altrove, in una terra non loro. E chi muore in terra straniera, muore due volte.
 
Erano lavoratori, antifascisti, sindacalisti. E l’influenza che il mondo operaio e la realtà di fabbrica ha avuto su di loro li ha portati a quella passione inestinguibile per la libertà, che hanno pagato con il durissimo prezzo del sacrificio della propria vita. Sono stati il mondo del lavoro ed il sindacato a forgiare il loro carattere, rappresentando le speranze, gli ideali e la voglia di lottare propria della classe operaia.
 
Erano consapevoli che lottando contro il fascismo, contro un regime totalitario, per la libertà di tutti, si ponevano le basi di una nuova società, dove la tutela dei diritti dei lavoratori e la tutela sociale dei cittadini avrebbero alla fine avuto il dovuto riconoscimento.
 
Sono stati dalla parte giusta. Hanno lottato contro i nazifascisti per liberare la Patria e per gli ideali di giustizia e di democrazia. Dall’altra parte sono state operate scelte scellerate, negatrici della dignità dell’essere umano.
 
Non vi può essere confusione tra queste due scelte: non è storicamente possibile confondere vittime e carnefici: il revisionismo, ancora oggi emergente, è negatore della memoria storica. Le responsabilità devono essere sempre chiare: da un lato il fascismo, dall’altro l’antifascismo.
 
I caduti che oggi ricordiamo erano antifascisti: E noi siamo con loro, nella pienezza del significato della parola. Si è antifascisti quando si rispetta “l’altro”, quando se ne riconosce la legittimità nell’atto stesso di contrastarlo, quando non si pretende di assimilarlo, di ridurre cioè il suo pensiero, la sua identità al nostro pensiero, alla nostra identità.
 
L’antifascismo è l’ansia di intervenire contro l’ingiustizia, piccola o grande che sia, di intervenire contro ogni minaccia di libertà. E’ pluralismo politico e sociale, legittimazione delle differenze. E’ la democrazia come partecipazione e non solo come garanzia per tutti.
 
I nostri morti ci parlano di libertà, quella libertà che è come l’aria e che si sente quanto sia preziosa per la vita quando comincia a mancare . La libertà esige rispetto, per quello che è costata, per quello che sta costando. Oggi l’orrore ci minaccia. Anche allora l’orrore della disumanità sembrava inarrestabile e quasi ci riuscivano.
 
Ma ora sappiamo che fu più forte il sentimento col quale mille e mille donne e uomini misero assieme la loro umanità per non farli prevalere, liberandosi dalla minacciosa prepotenza a dal terrorismo dei fascismi.
 
La nostra città non è ricca solo di lapidi e monumenti, è ricca di iniziative, di solidarietà, di lasciti morali di persone che hanno combattuto per la nostra libertà ed è sopra questi ideali che dobbiamo consolidare il ricordo dei nostri morti.
 
Affermava Piero Calamandrei in un suo discorso il 28 febbraio del ’54 al teatro Lirico di Milano: “ Nelle commemorazioni che noi facciamo nelle varie occasioni, ci illudiamo di essere noi vivi a celebrare i morti. E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinnanzi ad un tribunale invisibile, a rendere conto di quello che in questi anni possiamo avere fatto per non essere indegni di loro”
 
E l’ANPI legnanese ha voluto nell’anno appena trascorso ricordare questi nostri deportati, quelli che più non tornarono e quelli che poterono rivedere la loro terra ma segnati purtroppo da quella terribile esperienza .
 
Lo ha fatto con un libro, un ponderoso studio di ricerca di circa 600 pagine che ha ricostruito le sofferenze di oltre 300 deportati nei lager, donne e uomini, arrestati nel vasto territorio che va da Rho a Gallarate, da Saronno a Magenta con particolare attenzione alla nostra Legnano. Per tutto questo estenuante lavoro di ricerca storica l’ANPI vuole in questa occasione ringraziare pubblicamente gli autori dell’opera: i professori Luigi Marcon, Giancarlo Restelli, Alfonso Rezzonico e tutti i giovani che con loro hanno collaborato.
 
E con i deportati che oggi ricordiamo, mi preme menzionare anche il sacerdote legnanese don Mauro Bonzi, vittima di Dachau, che qui riposa nella cappella del Clero.
 
Sul vecchio muro dell’oratorio dei SS. Martiri in via Venezia c’è una scritta in latino che il tempo ha ormai quasi cancellato. Così dice: “ Talis civitas futura erit, qualis fuerit adulescentulorum educatio - tale sarà la società futura quale sarà stata oggi l’educazione dei giovani “. Illuminante in merito il messaggio che papa Benedetto XVI rese pubblico il 1° gennaio del 2012, laddove invitava ad “educare i giovani alla giustizia ed alla pace, educare i giovani alla verità ed alla libertà. Una libertà che sia promotrice di giustizia sociale, che richieda il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e vivere, di intendere e di pensare”.
 
E’ questo il compito che spetta a noi oggi perché il sacrificio dei nostri compagni lavoratori non sia stato vano. Facciamo rivivere in noi i nostri deportati, valorizziamo la loro eredità, negli ideali che la compongono e che riconosciamo nelle grandi parole che la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione dal nazifascismo ha sancito: Libertà, giustizia, democrazia.
 
Luigi Botta - presidente ANPI Legnano
Pubblicato il 16/01/15

10 Legnanello conferenza

adolescenza medievale - codici di comportamento e abbigliamento
 
Martedì, 10 Febbraio, 2015 - 10:24
 
MERCOLEDì 18 FEBBRAIO 2015 - ORE 21.15 nel maniero della Contrada Legnarello è in programma una conferenza dal titolo "Adolescenza medievale – Codici di Comportamento e di Abbigliamento".
 
"I Padri della Chiesa dividevano le età della vita in sette parti, per la quale l’adolescenza andava dai quattordici ai ventuno o trentacinque anni a seconda dei pareri. Solo dal Cinquecento si comincerà a pensare alla necessità di una educazione specifica per le fasi iniziali della vita, ma ci vorrà molto tempo prima di avere una vera e propria attenzione specifica alle fasi di sviluppo ed alla pedagogia dell’infanzia. Le aspettative della famiglia pesavano molto sull’educazione e sulla realtà della vita di bambini e giovani: spesso, né il matrimonio, né il lavoro e neppure la vocazione monastica erano scelte libere. La serata affronterà qualcuna di queste tematiche, cercando di gettare luce sulla vita dei giovani del passato, sulle loro difficoltà, sulle loro aspettative e sulla loro vita quotidiana, cercando di scoprire se la distanza che ci separa da loro li renda davvero così lontani da noi, come potremmo credere"
Relatrice della serata sarà la professoressa Sara Piccolo Paci, consulente della Commissione Permanente dei Costumi
 
Inizio alle ore 21.15. INGRESSO LIBERO
 

11 Le origini di Busto Arsizio e fatti in comune con le località adiacenti

Le origini di Busto Arsizio e fatti in comune con le località adiacenti
 
Abbiamo parlato di origini umilissime ed ora aggiungiamo anche di natura non accertate almeno storicamente. Tutti gli studiosi sono partiti dal nome Bustum, riconosciuto concordemente di stampo romano, e vi hanno costruito delle ipotesi più o meno ingegnose e chi, come il già ricordato Crespi Castoldi, gli ha dato il significato di sepolcro e, rifacendosi allo storico romano Livio, parla di una battaglia avvenuta tra i Galli di Belloveso e gli Etruschi nei pressi del Ticino nel secolo V a.c., ha fatto sua l’opinione di altri dotti del suo tempo, che l'origine di Busto sia da collegare con il fatto della cremazione nel luogo dei morti in quella battaglia (7). (7) A proposito della cremazione dei cadaveri in seguito alla battaglia tra Etruschi e Celti di Belloveso si cita la iscrizione già sul lato sinistro dell’ossario di San Giovanni: << Traesti da busti esusti il nome, o Busto; Busto sei tu qual ne ritorni al busto ».
Abbandonata dai Galli Senoni, crebbero sui suoi ruderi sterpi e dumi, dove trovarono rifugio dei malandrini che si presidiarono in sette torri, di cui era avanzo quella di Santa Maria, ruinata da un fulmine nel 1581.
Assassini vi erano specialmente nella cosiddetta Selva Lunga tra Busto e Gallarate e forse a sud di Busto stesso, se la etimologia di Sacconago e da Saccum ager, luogo di briganti, come,e stato sostenuto, pare però arbitrariamente, da qualcuno (8). (8) Secondo un importante studio glottologico del P. Zanelli, il nome di Sacconago deriverebbe, invece, dal proprietario di un vasto ‘fondo del luogo, il cui cognome si estese, come avveniva di frequente, ad indicare la zona. Inoltre la desinenza in — ago — di Sacconago indica la sua origine gallo-romana.
I Romani avrebbero eliminati gli assassini e fatto fiorire l'agricoltura, che doveva pero essere assai magra. Da essi sarebbero derivate, oltre alla famiglia dei Rossi, quella piu caratteristicamente locale dei Crespi.
Altri ha interpretato Bustum abbreviazione di boum statio, stazione di buoi, e ha posto l'origine del primo abitato bustese nella tarda epoca romana; e altri ancora ha pensato a uno stanziamento di soldati romani posti a guardia della strada militare che da Milano portava al Lago Maggiore, e che oggi e chiamata del Sempione.
L'ultimo e piu ferrato storico di Busto, dott. Pio Bondioli, nel primo volume della sua << Storia di Busto » parve propenso a quest'ultima ipotesi, ma nel secondo volume, apparso nel 1954, ne ha formulata una nuova che non manca di interesse e di un certo fondamento. Egli, basandosi sulla esistenza accertata nel luogo di una industria del filo di ferro, anteriore a quella tessile, conclude che il nome Bustum deriverebbe dal latino burere (bruciare) che potrebbe essere stato dato al luogo dagli abitanti delle vicinanze, i quali di giorno e di notte vi vedevano ardere le fiamme delle primitive fonderie di ferro. Di qui potrebbe essere tratta la spiegazione della presenza di una fiamma rossa sotto il secondo B nello stemma di Busto Arsizio, che altri invece vuole stia a ricordare un terribile incendio che avrebbe distrutto l'abitato in epoca non bene precisata.
(Ma Busto bruciata potrebbe essere una tautologia, cioè ripetizione di uno stesso concetto, e casi analoghi sono citati nella toponomastica italiana).
Comunque stiano le cose, si può credere con una certa fondatezza che l'origine di Busto sia romana, sia pure portandola verso il II o IV secolo dopo Cristo, e che la funzione del primo stanziamento permanente sia stato di natura militare (9).(9) Nell’epoca gallo-romana fu un posto rnilitare sulla strada detta Mediolanurn, che portava oltre le Alpi attraverso il Sempione e i ritrovamenti di armi in larga quantità nelle vicinanze lo confermano.
Romano e senza dubbio il nome, romana la pianta del nucleo centrale  dell'abitato, le cui linee fondamentali si possono ancor oggi nettamente individuare nella forma rettangolare, tagliata in quattro parti da due strade perpendicolari tra loro (via Milano, via Matteotti, via Montebello, via Lualdi), il decumano e il cardo massimo degli accampamenti militari romani, che si intersecano al loro punto di incontro formando una piazza, oggi di Santa -Maria, che ricorda lo spazio aperto in cui erano collocati gli alloggi del comandante e degli ufficiali.
E stato affermato dallo stesso Bondioli, ma come provarlo? che la mancanza di ritrovamenti archeologici specifici a Busto, e la presenza, invece, di numerose testimonianze romane dei dintorni, potrebbe far pensare a una fondazione del vicus bustese ad opera delle località circonvicine. Comunque, la arretratezza, qualora ci sia stata, nei confronti dei locus e vicus (10) vicini, e dovuta al terreno ingrato e alla particolare posizione di Busto, appartata dalle strade più percorse.    (10) Il vicus era un villaggio. Anche locus significava villaggio. Nei più antichi documenti si trova l’espressione in loco Busti.
Ci piace, dopo tante ipotesi sull'origine del borgo, ricostruire sia pure con un pizzico di fantasia l'immagine di quel primo stanziamento fatto di umili abituri col tetto di paglia e delle condizioni della natura in cui viveva.
Era una natura selvaggia e in gran parte prevalentemente boscosa, così che esigette subito dagli abitatori lo sforzo più duro e penoso per conquistare alla vegetazione il suolo necessario a fornire il cibo alle loro parchissime mense.
Tutti conoscono la natura alluvionale e sassosa del nostro terreno e la sua conseguente aridità. Questo terreno alluvionale ha ciottoli e sabbie silicee e argillose ed é coperto da un sottile strato di terra vegetale: era adatto quindi a brughera. Poco ferace per natura, é stato reso acconcio al gelso, alla Vite, alle biade e ai foraggi, devastati spesso da grandini assai frequenti nel passato.
Non si sbaglia pensando che scarso dovette essere il frutto di quella fatica e che anzi questa dovette essere la ragione fondamentale per cui i nostri antenati cominciarono presto a cercare mezzi di sostentamento nel lavoro industriale, sia quello della trafilatura del ferro (non c'era la materia prima, ma in compenso abbondava il Iegname per lavorarla col fuoco) sia, più tardi, quello della tessitura.
Non sappiamo nulla di preciso delle vicende storiche del villaggio di allora, perciò dobbiamo trarre lume dagli eventi storici che interessarono la intera regione lombarda dopo Ia caduta dell’Impero romano di occidente. Sarebbe stato allora un vicus sotto la protezione dei Crispus? (11)
 
Tratto da: Sommario di storia Bustese